Il campanile che emerge dal Lago di Resia: la storia vera dietro l’immagine simbolo

Lago di Resia

Il campanile del Lago di Resia-allfreenet.it

Franco Vallesi

Novembre 11, 2025

Sotto le acque placide del Lago di Resia dorme ancora Curon Vecchia, sommersa in nome del progresso

Il Lago di Resia, incastonato nella Val Venosta, è oggi uno dei luoghi più fotografati dell’Alto Adige, ma pochi ricordano che meno di un secolo fa quel paesaggio non esisteva affatto.

Al suo posto, due piccoli paesi di montagna — Curon e Resia — vivevano un’esistenza tranquilla fino a quando una decisione statale non li trasformò per sempre. L’unico testimone rimasto di quella comunità perduta è il campanile romanico che spunta silenzioso dall’acqua. Un’icona. Ma anche una ferita ancora aperta.

Il progetto della diga, la protesta inascoltata e la fine di Curon Vecchia

Nel 1950, il paesaggio della zona venne completamente riscritto: in pochi mesi, quello che era un territorio abitato con le sue chiese, le sue strade e le sue stalle fu trasformato in un bacino artificiale. La decisione era già stata presa nel 1940, quando un ordine del Genio civile — scritto però solo in italiano — indicava il futuro innalzamento delle acque a 22 metri. A Curon, dove quasi nessuno parlava italiano all’epoca, l’avviso passò inosservato. Così, quando nel 1949 la Montecatini — società incaricata della diga — diede inizio ai lavori, la popolazione si trovò spiazzata.

Lago di Resia
Lago di Resia-allfreenet.it

Le proteste iniziarono, ma il piano andò avanti. Si trattava di una diga idroelettrica, un’opera di interesse nazionale che avrebbe unito i laghi di Resia e Curon, sommergendo tutto ciò che si trovava in mezzo. Furono previsti indennizzi, ma in realtà le famiglie ricevettero poco. In appena una settimana, gli abitanti furono costretti a lasciare le case, portando via ciò che potevano. Le abitazioni di Curon Vecchia vennero abbattute. Poi l’acqua salì. Solo il campanile della chiesa, costruito nel Trecento, fu risparmiato.

Chi restò, si trasferì nei pressi del nuovo paese, che avrebbe portato ancora il nome di Curon, ma con tutta un’altra anima. Chi partì, emigrò altrove, tagliando di netto i legami di una vita. Il lago che oggi vediamo come meta turistica, per molti abitanti dell’epoca resta un simbolo di dolore e abbandono.

Tra leggende e memoria: quel campanile che ancora divide

Quel che resta visibile oggi è solo il campanile della chiesa di Curon, divenuto un’attrazione, un soggetto ricorrente nei social, nelle fotografie, nei video. Ma sotto la superficie calma del lago, per chi ha vissuto quei giorni, c’è ancora il paese sommerso. Il suono delle campane, che secondo la leggenda si udirebbe nelle giornate ventose, è solo un’eco inventata — perché le campane furono rimosse prima dell’inondazione — ma è un segno di quanto la memoria, qui, sia ancora viva.

Molti di quelli che subirono l’esproprio non vollero più tornare. Altri, come Theresa Theiner, che vive ancora lì vicino, raccontano con un filo di malinconia i giorni in cui tutto cambiò. La diga non fu solo un’opera ingegneristica, ma una cesura culturale e sociale. Abitudini spezzate, amicizie interrotte, legami dissolti come la strada principale di Curon, oggi coperta da metri d’acqua.

Negli anni, la zona si è trasformata in una destinazione per chi cerca attività all’aria aperta: dal windsurf in estate allo sci di fondo in inverno. C’è anche la possibilità di fare un giro in battello o un’escursione alla Malga di Resia. Ma i sentieri turistici passano accanto a luoghi che sono ancora ferite aperte. Come il bunker 20, sopra la sorgente dell’Adige, o lo sbarramento al Pian dei morti — luoghi che ricordano il confine, la guerra e la resistenza di un territorio difficile da domare.

Il campanile emerge dal lago in tutte le stagioni, tra la neve o al tramonto d’estate, e sembra fissare chi lo guarda. Non è solo un monumento, è una presenza. La memoria in pietra di una scelta imposta, di una comunità cancellata con una firma e una ruspa.
Chi si ferma a fotografarlo oggi spesso ignora cosa c’è sotto. Ma chi sa, lo vede anche se non si mostra più.