Tagli Irpef, ma solo per pochi: ecco chi ci guadagna davvero dalla manovra 2026

Chi guadagnerà di più

Tagli IRPEF e guadagni-allfreenet.it

Franco Vallesi

Novembre 11, 2025

Nel dibattito politico si parla di classe media e ricchi, ma i numeri raccontano un’altra realtà fiscale

Il disegno di legge di bilancio 2026 ha previsto un modesto taglio dell’Irpef che riguarda i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro. Un intervento che ha riaperto il dibattito su chi davvero sostenga il peso fiscale in Italia e su cosa si intenda per “classe media”, espressione abusata nei discorsi pubblici ma mai definita con precisione.

Chi guadagna quanto? Chi paga più tasse? E chi, davvero, viene premiato dalle manovre fiscali? Le risposte non sono immediate, anche perché in Italia una parte rilevante del reddito reale resta sommersa o soggetta a regimi alternativi che sfuggono alle statistiche ufficiali.

Il reddito mediano, i veri beneficiari dei tagli e chi sostiene il peso del sistema

Per capire cosa significhi parlare di “classe media” bisogna partire dai dati. Secondo le dichiarazioni Irpef 2023, la metà dei contribuenti italiani (21 milioni su 42) ha un reddito lordo individuale sotto i 20.000 euro. In termini netti, significa che la loro disponibilità annua si ferma intorno ai 18.000 euro. Un livello che può sembrare basso, ma che va letto considerando che la platea include pensionati, lavoratori part-time, giovani all’inizio della carriera e chi dichiara meno di quanto guadagna realmente.

Per avere una visione più realistica del tenore di vita, conviene guardare al reddito familiare netto. Secondo Istat, nel 2023 il reddito mediano delle famiglie italiane era di 30.039 euro, che salivano a 46.786 euro per quelle con figli. In altre parole, non siamo poveri come appariamo sulla carta. Semplicemente, il sistema fiscale italiano, ancora oggi, fotografa una realtà parziale. A complicare il quadro ci sono poi le forme di tassazione separata, come la cedolare secca sugli affitti, i regimi forfettari per le partite Iva e la fiscalità del risparmio, che non compaiono nelle normali dichiarazioni Irpef.

Chi ne beneficia
Nuclei famigliari e vantaggi per tagli IRPEF-allfreenet.it

Fino alla legge di bilancio 2026, i principali beneficiari dei tagli fiscali degli ultimi anni sono stati i contribuenti con redditi sotto i 35.000 euro. Il bonus Renzi ha premiato in modo netto i redditi più bassi, fino a 24.000 euro prima, poi fino a 28.000. Le riforme Irpef del 2022 e 2024 hanno semplificato gli scaglioni e alleggerito la pressione soprattutto per i redditi medio-bassi. Anche i tagli contributivi, trasformati poi in tagli fiscali veri e propri, hanno favorito chi guadagna poco.

Con la manovra 2026, la forbice si allarga lievemente: il taglio interessa la fascia tra 28.000 e 50.000 euro, ma l’effetto è contenuto — si parla di circa 36 euro al mese. Il beneficio si estende fino a 200.000 euro, ma in misura decrescente. Eppure anche in questa fascia non si trovano i cosiddetti “ricchi”: solo l’8,8% dei contribuenti italiani dichiara più di 50.000 euro lordi, ma sono proprio questi 3,7 milioni di persone a versare quasi la metà dell’intera Irpef nazionale, circa 100 miliardi di euro.

Chi sostiene oggi il sistema fiscale italiano, quindi, è una minoranza numerica che compensa ampie fasce di popolazione che pagano poco o nulla. Secondo uno studio pubblicato a fine settembre 2025, il 43% degli italiani non paga l’Irpef, e il 12% versa meno di 26 euro all’anno. Una sproporzione difficile da ignorare, che riporta alla luce il vero nodo della fiscalità italiana: la distribuzione del carico fiscale non segue sempre la distribuzione reale della ricchezza.

La patrimoniale impossibile, la fuga dei capitali e il nodo irrisolto della crescita

Il dibattito politico, di fronte a questi numeri, si divide. Alcuni invocano una patrimoniale, cioè un’imposta sulla ricchezza accumulata, e non solo sul reddito. Tra i partiti, Cgil, AVS e una parte del PD sarebbero favorevoli. Ma il PD precisa che un’imposta simile avrebbe senso solo se introdotta a livello europeo, cosa attualmente impossibile, perché richiederebbe l’unanimità di 27 Paesi. Senza un accordo UE, l’Italia resterebbe sola ad applicare una misura che rischierebbe di spingere fuori dal Paese i capitali più mobili.

Anche sul piano tecnico, l’introduzione di una patrimoniale non sarebbe priva di problemi. Per cominciare, non colpirebbe i redditi sopra i 50.000 euro, ma le attività patrimoniali: immobili, azioni, risparmi. Ma la ricchezza è spesso il risultato del risparmio, che è già stato tassato quando era reddito. Per questo, molti considerano una patrimoniale una doppia imposizione. In più, chi ha disponibilità economica rilevante ha anche i mezzi per spostare la residenza fiscale in altri Paesi. La Svizzera, non a caso, resta una delle mete preferite per chi cerca regimi fiscali più favorevoli.

Qualcuno guarda agli Stati Uniti, dove Mamdani, candidato a sindaco di New York, ha proposto una sovrattassa per i redditi oltre il milione di dollari. Ma importare questo modello in Italia sarebbe complicato: da noi, i contribuenti sopra i 300.000 euro sono appena lo 0,1% del totale. Un target troppo ristretto per generare entrate significative.

Alla fine, la vera soluzione potrebbe non essere redistribuire meglio, ma crescere di più. Finché la “torta” resta piccola, dividerla sarà sempre difficile. In Italia, ogni tentativo di riforma fiscale si scontra con la bassa crescita strutturale, l’evasione, e un sistema di welfare che fatica ad autosostenersi. Senza una spinta economica forte, non basterà ritoccare aliquote o soglie per risolvere i nodi di fondo. La fiscalità può alleviare le disuguaglianze, ma da sola non può invertire una tendenza stagnante. E la classe media, quella vera, rischia di restare sempre al centro del discorso — ma mai davvero al centro dell’agenda politica.